Il giornale delle Associazioni

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domenica 28 dicembre 2014

Come è suddivisa la tavola delle multinazionali del cibo.




Dieci commensali per spartirsi l' industria alimentare nel mondo


Immaginiamoci una tavola rotonda con 10 persone che detengono insieme i 500 marchi delle più potenti aziende alimentari del pianeta, un affare da 450 miliardi di dollari.  E' a questa tavola che si decidono i destini e le grandi questioni. Non tutti i nomi sono conosciuti in Italia. Alla celebre icona della Coca Cola, si affiancano i meno conosciuti Toblerone, Milka e Philadelphia. I più possono conoscere la Kraft, ma il trucco è proprio questo, sparire nell' anonimato. In realtà sono tutti pezzi che fanno parte di multinazionali che per il potere assoluto che detengono, sono in grado di condizionare le politiche sociali dei paesi più poveri, oltre che gestire a proprio favore le politiche alimentari. Muovendosi con disinvoltura riescono a gestire le facce contrapposte della loro medaglia : da un a parte un esercito da quasi un miliardo di persone affamate dall' altra altrettanti che vivono nel sovrappeso. E' singolare notare come, dati alla mano, l' 80% di coloro che soffrono la fame lavorano nelle campagne per produrre cibo. MA dietro marchi pubblicitari esistono vere industrie della crudeltà, pronte a fa lavorare in condizioni disumane oltre che scadere nell' esproprio delle terre per la coltivazione. Quindi si creano concentrazioni per articoli ( Heineken, Bev e Sab per esempio detengono il 60% del mercato) e nel prossimo futuro continueranno ad assorbire piccole realtà. Ovvviamente anche all' interno dei 10 "padroni" ci sono i fuori  classe : Nestlè 90,3 miliardi di dollari, Pepsicola 66 , Unilever 60 , Mondelez 55, Coca Cola 44. Fanalino di coda la Kellog's con solo 13 miliardi di ricavi annui.
Con queste marcate differenze tra i dieci primi in classifica c’è, in teoria, ancora spazio, per i matrimoni. Potrebbe anche accadere che uno dei grandi gruppi decida di liberarsi di un marchio perché non lo considera abbastanza globale”. È quel che è successo, ad esempio, con la scelta di Mondelez di cedere i suoi marchi del caffè. Ed è quel che è accaduto negli anni scorsi a Findus, un tempo di Nestlé e Unilever e oggi in maggioranza detenuta da un fondo di investimento. Findus continua ad essere un ottimo marchio ma il suo difetto, secondo le valutazioni delle multinazionali, è quello di essere forte solo su alcuni mercati. Un’altra tendenza è quella di rilevare un marchio alimentare locale perché faccia da veicolo alla penetrazione di un grande gruppo in un mercato. Se Unilever, per esempio, deciderà un giorno di acquistare un marchio locale in un paese asiatico, lo farà soprattutto per mettere piede in quel mercato e poterlo affiancare dopo poco tempo con uno dei suoi brand globali.
Dopo altri decenni di fusioni e concentrazioni, ci troveremo un giorno a consegnare ad un unico grande fratello le chiavi della dispensa del mondo? Quello di un pianeta in cui una sola grande multinazionale controllerà tutti i marchi alimentari è certamente uno scenario da incubo. Ma come tutti i processi di concentrazione, anche quello del cibo crea inevitabilmente i suoi anticorpi. Succede in politica, dove contemporaneamente alle unioni tra stati nascono i movimenti separatisti e territoriali; accade, in modo assai più virtuoso, nell’alimentare con il sorgere dei prodotti chilometro zero, i presidi territoriali, i sistemi di produzione artigianale. Chi decide di resistere alla tentazione di vendere l’azienda alle multinazionali è inevitabilmente portato a valorizzare il suo brand mettendo in evidenza il legame con il territorio.
L’Italia è certamente uno dei Paesi del mondo dove il rischio della concentrazione dei produttori di alimenti è meno forte. Un po’ per il particolarismo che caratterizza la nostra economia asfittica. Un paese dominato dal modello per molti aspetti negativo della piccola e media impresa, che nel settore del cibo potrebbe trasformare il difetto in virtù. Lo dimostra uno studio condotto dall’agenzia Next con un questionario rivolto alle aziende alimentari italiane. L’elenco di quelle principali dice che siamo ben al di sotto del livello dei colossi mondiali. L’unica che si avvicina per fatturato è la Ferrero, con 8,1 miliardi di euro di ricavi annui, circa 10 miliardi di dollari, poco meno dei 13 miliardi della Kellogg’s. Le altre sono molto più indietro. La Barilla fattura 3,5 miliardi di euro ed è limitata dal fatto di avere come business un prodotto molto connotato localmente come la pasta. Si contano sulle dita di una mano le altre italiane sopra il miliardo di fatturato: il gruppo Cremonini (3,5) Parmalat (1,4), Amadori (1,3) Lavazza (1), Conserve Italia (1). Immediatamente sotto il livello del miliardo ci sono Acqua San Benedetto, Galbani e Granarolo.

È evidente che gli 11 signori del cibo italiano sono molto meno potenti dei commensali della tavolata mondiale. Ci si chiede se i re dell’alimentare, in Italia e nel mondo, hanno politiche comuni, accordi segreti, si mettono d’accordo per decidere che cosa mangeremo nei prossimi trent’anni. L’idea di una Trilateral del cibo, di un supergoverno occulto delle nostre cucine, è forse fantasiosa: «Credo anch’io che messa così possa essere un esercizio di fantasia premette Baravalle — ma sarei un ingenuo ad escludere che sulle grandi questioni di politica alimentare i grandi gruppi non esercitino, com’è legittimo, le loro pressioni sui politici ». Certo, la discussione delle normative comunitarie sulla etichettatura risente ed ha inevitabilmente risentito dei desiderata dei signori del cibo. Ogni particolare in più o in meno da aggiungere sul foglio informativo per i consumatori si porta dietro miliardi di investimenti. Il caso più clamoroso è scoppiato di recente e riguarda gli oli utilizzati: finora è sufficiente scrivere che si tratta genericamente di “oli vegetali”. Ma se domani i produttori fossero costretti a specificare quali sono quegli oli, quanti avrebbero il coraggio di scrivere che utilizzano l’olio di palma, decisamente più scadente di quello di oliva? Ogni tanto sedersi intorno a un tavolo e decidere strategie comuni può essere utile. Anche per i signori del cibo.


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